Come consumare più suolo in nome della lotta al consumo di suolo

Altro che lotta al consumo di suolo: siamo di fronte al rilancio della più spregiudicata speculazione edilizia, dentro e fuori le aree urbanizzate
L’abbattimento del consumo di suolo è un obiettivo comunitario. L’Unione europea ha fissato l’obiettivo del consumo del suolo netto zero entro il 2050. Tutti i principali paesi europei stanno già adeguando le norme urbanistiche in tal senso. E in Italia? Di consumo di suolo si parla da almeno due decenni ma occorre attendere il 2012 per una prima proposta legislativa, presentata dal ministro delle Politiche agricole del governo Monti, Mario Catania. Da allora, tra crisi e cambi di governo, la proposta si è arenata. Con l’insediamento del governo Renzi ha subito un’improvvisa accelerazione e – insieme – un vistoso peggioramento.

Il progetto di legge governativo per il contenimento del consumo del suolo (C. 2039) è ben visto un po’ da tutti, dalla destra al PD, passando per i grillini. Unisce trasversalmente ambientalismo parastatale e mondo dell’edilizia. Davvero difficile trovare qualche articolo di giornale che critichi il provvedimento: e anche il mondo accademico si guarda bene dal sollevare critiche. Certo, apparentemente, le intenzioni sono del tutto nobili: difendere quel poco di suolo (risorsa non rinnovabile) che si è salvato dalla cementificazione selvaggia.
In realtà, siamo di fronte al rilancio della più spregiudicata speculazione edilizia, dentro e fuori il perimetro delle aree urbanizzate: dentro con gli interventi di «rigenerazione», fuori con l’invenzione dei «compendi agricoli neorurali». Questi due sono i veri obiettivi, ai quali è stata subordinata e resa funzionale la manifesta inconcludenza delle norme relative al contenimento del consumo del suolo. Anzi, il cosiddetto «consumo di suolo» è il cavallo di Troia per consumare altro suolo in tre mosse. Eccole.
 

Consumo di suolo o gioco delle tre carte?

Il meccanismo attraverso il quale ridurre il consumo di suolo in Italia dovrebbe avvenire attraverso un contorto procedimento “a cascata”: Stato – Regioni – Comuni.
LO STATO: con decreto del ministro delle Politiche agricole, di concerto con i ministri dell’Ambiente, dei Beni Culturali e delle Infrastrutture e trasporti – e previa acquisizione del parere della conferenza Stato Regioni – è definita la «riduzione progressiva vincolante, in termini quantitativi, di consumo del suolo a livello nazionale» (art. 3, c. 1).
LE REGIONI: devono ripartire tra esse detta riduzione con deliberazione della Conferenza unificata (art. 3, c. 5) entro 180 giorni; trascorso inutilmente tale termine, può intervenire il Presidente del Consiglio con specifico decreto ma (tenetevi forte!) dopo aver acquisito il parere della stessa Conferenza unificata che non aveva raggiunto un accordo al suo interno (art. 3, c. 6).
I COMUNI: la riduzione su scala comunale avviene con provvedimento delle Regioni e delle Province autonome (art. 3, c. 8) entro 180 giorni. Anche in questo caso, è previsto un potere sostitutivo esercitato dal Presidente del Consiglio: ancora una volta previo parere della Conferenza unificata (art. 3 c. 9).
Tutto questo per una Regione. Considerando che la gran parte delle regioni italiane non hanno ancora approvato i propri piani paesistici (e hanno avuto 12 anni di tempo!) e che i – pur previsti – «poteri sostitutivi» non sono mai stati esercitati, si comprende bene come si sia messo in piedi un sistema volutamente farraginoso, progettato per fallire, anche in considerazione del fatto che il Presidente del Consiglio può esercitare i suoi superpoteri quando lo desidera: non ci sono precisi vincoli.
Si può obiettare che la norma transitoria (art. 11) blocca il consumo del suolo per tre anni dall’approvazione della legge. Ma la norma salva una quantità tale di opere, interventi, strumenti attuativi e procedimenti (anche solo adottati) che coprono abbondantemente 10 anni di attività edilizia ininterrotta.
Avendo quindi ampiamente compreso che al Governo (e al Parlamento tutto) non interessa nulla del consumo di suolo, vale la pena concentrarci sulla vera posta in gioco. Il consumo di suolo è la scusa per spartirsi il vero bottino attraverso i « compendi agricoli neorurali» e la «rigenerazione delle aree urbane».
 

Compendi di.. cementificazioni «neorurali»

«Compendi agricoli neorurali»: questa contorta espressione che troviamo all’articolo 5 potrebbe farci pensare a territori di margine che, attraverso un’adeguata pianificazione, coerente con principî di tutela degli spazi aperti, potrebbero produrre uno scambio virtuoso fra città e campagna; garantire l’accesso a prodotti di qualità valorizzando filiere corte con prospettive positive per il reddito agricolo e l’economia. Niente di tutto questo.
Si legge infatti all’articolo 5, Comma 5: «I compendi agricoli neorurali periurbani (…) possono avere le seguenti destinazioni d’uso (da notare l’ordine prescelto nell’elencazione): a) attività amministrative e direzionali; b) servizi ludico-ricreativi; c) servizi turistico-ricettivi; d) servizi dedicati all’istruzione; e) servizi medici e di cura; f) servizi sociali; g) attività di vendita diretta dei prodotti agricoli od ambientali locali h) altre attività non comprese nell’elenco ma considerate rilevanti per lo sviluppo economico sostenibile del territorio.»
Il successivo comma 6 esclude le destinazioni d’uso residenziale ma, (e figuriamoci) «ad esclusione delle necessità abitative connesse alle attività lavorative svolte nel compendio agricolo». Quindi i compendi non sono altro che nuovi comparti di espansione edilizia: casali e manufatti rurali potranno anche essere sottoposti a demolizione e ricostruzione di «tipologie, morfologie e scelte materiche ed estetiche tali da consentire un inserimento paesaggistico» (comma 4) e, attorno ad essi, far sorge nuove residenze, con tutto l’annesso: strade, parcheggi: insomma nuove impermeabilizzazioni di suolo.
È davvero sconcertante che una legge che nasce dal ministero dell’Agricoltura per «promuovere e tutelare l’attività agricola, il paesaggio e l’ambiente» (art. 1) consenta invece la distruzione dell’attività agricola e dei relativi insediamenti rurali.
Non è un caso se, rispetto alla versione originaria del testo, sono state eliminate «le attività che completano la filiera della produzione e distribuzione agricola» cioè le uniche che avrebbero avuto senso in una prospettiva di rilancio qualificato dell’agricoltura.
 

Rigenerazione.. della speculazione. E non si salvano neanche i centri storici

Nella delega al governo non sono indicati gli strumenti urbanistici attuativi: Progetto urbano? Programma intergrato? Programma di Recupero Urbano? In urbanistica lo strumento fa la differenza. In altri termini, non c’è traccia del rapporto che tali interventi di «rigenerazione urbana» devono avere con la disciplina urbanistica: si devono rispettare non meglio precisati «standard ambientali», ma non quelli urbanistici.
Ad esempio, non vengono indicati limiti dimensionali, così come non c’è traccia di alcun riferimento normativo sugli standard come verde e servizi. Non si salvano neanche i centri storici, tutelati, «salvo espressa autorizzazione della competente sovrintendenza». Tradotto, questo vuol dire che potrebbero essere autorizzati anche interventi di demolizione nei tessuti storici, attualmente vietati dalle norme vigenti. È un caso estremo ma, quando si scrive una legge, la forma è sostanza. Di fatto, quel che oggi è chiaramente vietato, con il progetto di legge governativo potrebbe essere autorizzato. 
Consumo di suolo e rigenerazione sono due termini trendy dietro i quali si sta programmando un vero e proprio pacchetto di speculazioni in deroga: alla strumentazione urbanistica comunale e alla pianificazione paesistica.

 

Fabrizio Cianci
Segretario EcoRadicali – Associazione Radicale Ecologista
Membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani

 

1 Comment

  1. http://umbriadigitale.ideascale.com/a/dtd/Favorire-il-riuso-dell-esistente-e-non-aggiungere-pi%C3%B9-cemento/416545-22673
    Per la tutela del paesaggio meglio una legge regionale che preveda l’abolizione dell’IMU e degli oneri di urbanizzazione per 30 anni a chi ristruttura un vecchio edificio (per qualsiasi uso, abitativo o industriale); senza costi per l’ente in quanto finanziata con una tariffa doppia da chi pretende di edificare utilizzando nuovo suolo.

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